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Fra i vari territori che, come tanti tasselli, formano la regione toscana, quello dotato della più forte personalità, il custode attento delle sue tradizioni e il meno penetrabile alla modernità, è forse il Chianti.
Le ragioni sono molteplici sono molteplici e hanno radici nella stessa storia e cultura di questo lembo di terra, nel centro geografico della regione, a formare una sorta di cuscinetto fra le città di Firenze e di Siena.

La forte personalità gli proviene dalla secolare, forse millenaria, vocazione agricola. Dal momento che il terreno è ricettivo, per la sua particolare conformazione geologica, a due sole colture principali - il vino e l'olio - si è plasmato e forgiato secondo questa sua inclinazione e dunque, dove il bosco ha lasciato il posto alle coltivazioni, il suo aspetto è quello di un'armonica e ondeggiante sequenza di filari e oliveti, qua e là interrotta da piagge seminate a frumento e punteggiata da case coloniche, ville o castelli, badie, pievi, cappelle e oratori.

Le origini del Chianti

Se sulle origini del suo nome non vi è alcuna certezza avallata dal documenti (chi lo vorrebbe originato dal latino (clangor- rumore, clamore - evocato dalle antiche battute di caccia, chi invece propende per un'origine etrusca, da un familiare Clante), è invece affidata a leggende l'origine della spartizione territoriale fra la guelfa Firenze e la ghibellina Siena. Narra infatti una di queste che, nel primi decenni del Duecento, per dirimere definitivamente le annose questioni legate alle zone di influenza delle due città, l'incarico fu affidato a due cavalieri che, all'alba, sarebbero partiti, uno da Siena e l'altro da Firenze, impegnati in una prova di velocità, galoppando nella direzione opposta. Il punto in cui si sarebbero incontrati avrebbe determinato la linea di confine fra le due potenze. Il racconto aggiunge che il segnale della partenza doveva darlo il canto del gallo. E i fiorentini, giocando d'astuzia, costrinsero il loro gallo a un prolungato digiuno in modo che, affamato, cominciò a cantare ben prima dell'alba. Il punto in cui i due cavalieri si sarebbero incontrati non è infatti equidistante fra le due città e dimostra come il cavaliere fiorentino abbia percorso un maggiore tratto di strada. E il simbolo del gallo, unito all'immagine di Bacco, verrà utilizzato, alcuni secoli più tardi, da Giorgio Vasari per rappresentare il territorio chiantigiano in un affresco nel soffitto del Salone dei Cinquecento in Palazzo Vecchio a Firenze. Ugualmente il gallo, stavolta nero, diventerà il simbolo della prestigiosa produzione vinicola universalmente conosciuta e apprezzata sia per la qualità del prodotto, sia per la grande tradizione che sta alle sue spalle. Una tradizione che si fa risalire a epoche lontanissime; si ritiene che già gli etruschi conoscessero il processo della fermentazione delle uve, e l'ipotesi è avvalorata da recenti scavi nella zona di Poggio alla Croce, nel comune di Radda, che hanno riportato alla luce un certo numero di acini di vite allo stato fossile (residuo di un rito propiziatorio) e, nella medesima località, di alcune parti di un torchio vinario. Va
precisato, comunque, che, attenendoci ai documenti. la coltivazione della vite in questo territorio è iniziata intorno all'anno Mille e l'impulso che hanno dato, nel corso dei secoli, prima le grandi famiglie feudali, poi i Medici e i Lorena, infine i Ricasoli, hanno fatto sì che il territorio chiantigiano, se da una parte si lega indissolubilmente a questa sua propensione agricola, dall'altra restava in larga parte escluso al grande fenomeno dell'industrializzazione che ha interessato, soprattutto nel secolo scorso, il mondo occidentale. A parte la media valle del Pesa - nei comuni di Tavarnelle e da' San Casciano - dove si è verificato un forte, seppur limitato, sviluppo industriale, il resto del territorio è sostanzialmente estraneo al fenomeno.
Del resto, la rete viaria modesta e la stessa conformazione fisica - quasi totalmente collinare - non consentono rilevanti evoluzioni in quel senso.

Costruzioni sotiche dell'area del Chianti

Un territorio dunque estraneo alle dinamiche di una società moderna e tecnologica, pur con le sue evidenti e talvolta eclatanti trasformazioni dovute in gran parte al turismo; un territorio dove il tempo sembra
essersi fermato a un periodo che potrebbe collocarsi indistintamente fra il Mille e il Duemila. Perché ogni periodo storico e artistico dei trascorso millennio ha qui lasciato tracce eminenti del suo percorso: da pievi e castelli di epoca medievale. a edifici sacri e civili del Rinascimento, a ville e palazzi sei -settecenteschi, alle più recenti ma non meno
esteticamente pregevoli case coloniche, anche se, queste ultime, talvolta oggetto di restauri e trasformazioni non ineccepibili dal punto di vista stilistico e del rispetto delle loro torme originarie. Il suo contributo lo ha dato anche l'età contemporanea, con insigni testimonianze nelle arti visive e nell'architettura. In ogni caso è indubbio che si tratta di un territorio amato da molti - italiani e stranieri - "dall'incolto e dall'inclito" - per parafrasare un detto antico. E' amato perché è a misura d'uomo: nel campi è ancora l'uomo che detta legge (nella manutenzione della vite, come in quella dell'olivo, la macchina non ha - ancora - preso il
sopravvento); perché i centri abitati sono - ancora - percorribili a piedi (non ce n'è uno, in tutto il Chianti, che superi i diecimila abitanti). In tutto il Chianti non esiste niente di eccezionalmente rilevante, né un'opera d'arte, né un'architettura, né un personaggio, né un "genio" in qualsiasi disciplina. Le sue pievi sono prive di quella sontuosità e ricchezza esteriore che contraddistinguono quelle vicine della Valdelsa o del Valdarno; i suoi castelli sono essenziali, non regalano niente dal punto di vista estetico. Perfino le ville appaiono misurate, parche di orpelli o aggiunte ridondanti come le ville della Lucchesia o del Pistotese.
Ma se paesi e campagne sono disseminati di chiese, abbazie, monasteri, edifici antichi e moderni, ville e case coloniche che solo raramente hanno pregi tali da poter entrare in testi o enciclopedie, nel loro insieme creano quel magico equilibrio che può essere definito una vera e propria opera d'arte.

Insomma, il paesaggio del Chianti piace agli italiani, piace agli stranieri, piace subito, piace a tutti. Piace perché si tratta di un paesaggio raro, forse unico al mondo, e cioè di un paesaggio agricolo, campestre ma anche urbano, quasi una terza città fra Firenze e Siena. Una terra coltivata e colta, è una terra nella quale la natura convive insieme all'arte e alla storia, alla civiltà e al costume dell'uomo, è una terra nella quale i toscani hanno seminato la loro anima.

 


 

 

 

 

 
     
   
     
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